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Nude pagine bianche per ingenui finti-provocatori

Leggo da qualche parte che è in uscita “Nudo”, un nuovo libro, con tanto di codice ISBN, prefazione e poi solo pagine bianche. E’ in vendita a cinque euro, pubblicato dalla casa editrice Giovane Holden (già tutto un programma).

“Nudo” è la metafora del “non c’è più niente da scrivere tranne scrivere qualsiasi cosa”. Gli autori sostengono che “chiunque vi legge ciò che vuole”, parlano di provocazione ma anche di invito alla riflessione, cioè l’adagio classico delle operazioni che si nascondono dietro il paravento dell’artisticità. La scusa notoria di chi s’inventa un significato quando sa benissimo che l’oggetto ha poco o non ha alcun senso.

Che cos’è allora o, meglio, che cosa dovrebbe essere “Nudo” ? Forse un diario, magari un taccuino oppure l’invito alla scrittura ? Il libro bianco, anzi il libro “nudo”, non è altro che l’ennesima testimonianza dell’incapacità di produrre nuovo senso, è la palese ammissione dell’odierno corto circuito creativo, che si ripete, rivisita, riedita, e finge di produrre non facendo altro che citare, amalgamare e ricombinare. Questo perchè siamo piombati, per nostro eccesso di entusiasmo, dentro un’universo ingorgato di segni che si calpestano e si schiacciano a vicenda. “Nudo” è dunque il modo di certificare una scoperta attualissima ma già vecchia nel modo più ingenuo possibile, dove per non commettere alcun errore non si afferma nulla, s’incornicia il vuoto e si lascia spazio al tutto. Nemmeno Barthes, forse, avrebbe azzardato tanto, ben sapendo che andare oltre la teorizzazione si sfora il grado zero dell’ingenuità comica. Non c’era bisogno di farlo presente, “nudo” vorrebbe annunciare e sentenziare l’infarto della comunicazione. C’è talmente tanta polvere in giro che qualcuno non trova di meglio che offrirci una gabbia di vetro dicendo che dentro c’è aria pulita. Ma che bravi. Soprattutto, originali. L’ennesima parola “fine” mascherata da silenzio, quando l’unica cosa da fare sarebbe tacere per davvero. Non ditelo, perchè tanto lo sappiamo tutti.

Mi chiedo: ma c’era davvero bisogno di questa provocazione ? Ma che cosa provoca poi ? Nell’epoca delle parole solubili sciolte in bicchiere o frullate ovunque dentro qualsiasi media, spazio o contenitore, io, per esempio, non mi sento affatto provocato, tutt’al più mi sento spazientito. Ben venga anche lui, comunque, tanto per parlarne forse non ci sarà nemmeno bisogno di comprarlo.

Il musicista che rompeva le viole. Spunto per una storia per bambini.

ANSA) – TORINO, 30 GEN – Durante il concerto si rompe la viola ma Yuri Bashmet, uno dei piu’ grandi violisti al mondo, ha superato l’imprevisto con grande classe. Il musicista era impegnato come direttore e solista all’Auditorium Rai di Torino nel Concerto-Poema per viola, archi e vibrafono di Roman Ledeneev, la viola, una Carlo Testori datata 1758, si e’ improvvisamente rotta. Ilarita’, una breve interruzione, poi il musicista russo ha proseguito con uno strumento del 1600 firmato Paolo Maggini.

Mi viene in mente questa storia. C’era una volta un violinista che non riusciva mai a finire un concerto, suonava con così tanta passione che gli strumenti, ad un certo punto, completamente esausti e straziati, cedevano sotto le sue stesse mani. Ogni volta il pubblico assisteva in silenzio ben sapendo come sarebbe andata a finire. Lui, il violinista più famoso del mondo, non si dava per vinto, ed ad ogni concerto, prima di cominciare, si ritirava in un angolo, dietro le quinte o nell’angolo di un magazzino, prendeva il nuovo  strumento e gli diceva alcune parole. Che fosse una tenera e timida viola del 1600 od una più moderna ed altezzosa viola ottocentesca, lui l’afferrava, la stringeva forte per l’impugnatura, e se la portava all’orecchio: Non ti preoccupare, hai capito ? Non ti farò male, abbi fiducia in me, tu devi soltanto suonare come sei capace. Ti prego, non tradirmi ? Non so più cosa significa eseguire l’ultima nota di un concerto. Ti scongiuro, concedimi il privilegio di terminare…

Entrava in sala tra gli applausi, un inchino, silenzio, un colpo di tosse e dopo il buio. Musica, signori. La prima nota e il concerto è già cominciato. Una meraviglia di suoni, un soffocato bisbiglio di flebili toni, miserie e tragedie di contrappunti, lacerante farfugliare d’emozioni. Lui il violinista che accarezza le corde come se fossero incantesimi da pronunciare, suona, suona, si rapisce e si lascia trasportare, se ne va altrove, e lo strumento soffre, prima regge, resiste, poi improvvisamente comincia a scricchiolare, steeng, si sente che trema e che vibra in modo piuttosto strano, sbiiing. Adesso la piccola viola suda un liquido chiaro, un misto di vernice e impasto di resine misteriose. La musica ondeggia come una nube, rimbalza dentro e contro le pareti della sala. All’improvviso quello che non si poteva evitare, straaatch, salta una corda, e sbeeng, se ne spezza un’altra ancora. Silenzio assoluto. Il musicista piange sconsolato. La viola, finalmente, respira, abbondata sul palco tra uno spartito e la sedia. Un grande applauso inonda il teatro e poi, di colpo, si accendono le luci. Lui ringrazia, raccoglie la viola e la ripone nella sua custodia. Domani la farà riparare.

E’ solo un’idea, potrebbe finire diversamente. Che gli strumenti si rompono perché lui ha un modo di suonare troppo violento e cattivo. Che le viole non si lasciano suonare da lui, perché presuntuoso, perché distaccato, vanitoso, un narciso del palcoscenico che non riconosce l’arte del legno musicale. Oppure. Oppure. Oppure. Ci sono molti altri tagli e molti altri finali. Meno malinconico e più comico, con le viole che spernacchiano invece di fare i Do diesis. Ma una cosa è certa, se venisse scritto non finirebbe così.