E’ ormai chiaro. Locuzione molto amata dai politici della nostra epoca, affiancata o spesso sostituita dalle sue ovvie declinazioni: dal semplice “è certo” al lampante “non ci sono più dubbi”, oppure dai concettualmente perifrastici “appare ormai ovvio”, “è sotto gli occhi di tutti”, per giungere a prove di elevata pseudo-statura culturale come l’obsoleto (non in politica, certo) e non per questo inefficace, “è ormai conclamato”. La certezza prima di tutto. La categorica sicurezza priva di ogni minima indecisione, manco una titubanza. Che meraviglia ragionare con la logica di questo codice binario, semplice e pratico, che non ammette repliche, che appare a tutti “scontato”. La fatidica, inappellabile, incontrovertibile convinzione, delle proprie idee, della propria ragione, della propria verità. Di solito accade quando l’idea è solo una bandiera, come allo stadio, quando si tifa la propria squadra del cuore. La fede non ha dubbi. Non è per caso che questa politica stia diventando religione ? Esempio. Cito solo l’ultimo caso in ordine cronologico ma basta scorrere le agenzie di un giorno qualsiasi e ne troverete a decine, statisticamente bipartisan. Daniele Capezzone: E’ ormai chiaro che il Pd è sempre più letteralmente…”, il resto non conta. Primo. La lingua si rovina anche perchè la si usa male, e la politica di certo non utilizza la lingua per dire le cose, semmai per impiastricciarle con i propri obiettivi. Secondo. Lo faccio dire a Bertrand Russell, che si sarebbe divertito un mondo nell’Italia di oggi. «Il problema dell’umanità è che gli stupidi sono strasicuri, mentre gli intelligenti sono pieni di dubbi». Spero che i portavoce della politica non credano a quello che dicono. Sarebbe confortante sapere che in fondo è tutta strategia, una specie di propaganda, fondamentalmente ormai scoperta, provincialoide e malriuscita, insieme tattica, fallica e di stampo militare. Nel caso in cui, invece, ci credessero davvero, non saprei più che dire, tranne ridere o disperare, perchè saremmo vittime di una nuovissima liturgia della fede politica o, forse, della politica messa in fede.
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E’ ormai chiaro…
Pubblicato Febbraio 27, 2009 Seriosità Lascia un commentoTags: categorico, linguaggio, politica, russell bertrand
Paradossi. San Valentino, i fioristi contro l’Unicef
Pubblicato Febbraio 5, 2009 Seriosità Lascia un commentoTags: fiori, paradossi, unicef
TORINO, 5 FEB – Fiori a San Valentino? Si’, grazie. L’associazione dei fioristi torinesi aderente all’Ascom si ribella alla campagna promossa dall’Unicef: ‘Rose rosse? No grazie. A San Valentino quest’anno regala qualcosa di speciale alla persona amata’. Fra i regali suggeriti ci sono coperte di lana e alimenti terapeutici per bambini dei paesi in via di sviluppo.
Quando la ragione del commercio e del denaro prevalgono sul buon senso comune. Capisco i commercianti che in quel giorno mettono sicuramente “a segno” il più bell’incasso dell’anno, capisco l’associazione, che difende i suoi associati, però, perdonate, forse si poteva mostrare più sensibilità e magari non contraddire così apertamente, frontalmente, un’iniziativa dell’UNICEF tutto sommato giusta. Chi può dire di no ? E’ meglio regalare un fiore o un’opera di bene ? Ho come l’impressione che nella bilancia del buon senso ci sia qualcosa che pende dalla parte sbagliata. Succede spesso, ultimamente, a noi ‘taliani
Anche perché, non me ne vogliano i fiorai, che ammiro, stimo e se potessi tutelo, certe bellissime orchidee sono ancora “più” bellissime nei prati, un po’ in meno in vaso, dove qualche giorno dopo son destinate a chinare il capo e rinsecchire. E le rose ? Il capolavoro della natura ? Non son forse stupefacenti, le rose, quando sono attaccate al roveto ?
Il mazzo di fiori alla fin fine è come un pacchetto, un involucro, un contenitore. Mette in scatola il gesto, un idea, la vaga partecipazione. Soprattutto è un luogo comune spaventosamente convenzionale. I fiori per dire qualcosa. Ma che cosa poi ? Dillo, se hai qualcosa da dire.
Paradossalmente, regalare fiori è come regalare un’animale impagliato, anzi peggio, un animale vivo destinato ad impagliarsi da solo. Lungi da me fare l’animista, o portare all’estremo un’ideale bucolico di panismo sfrenato (la natura è bella solo in natura ), però questa cosa dei fiori recisi, imbottigliati e chiusi col fiocco, non lo so, è come se bevessi un chianti e mi rimanesse il gusto di cedrata.
San Valentino. Ciao, ti ho portato un mazzo di fiori. Oh, grazie, bellissimo, profumatissimo, delicato, che meraviglia che sei. Uhm. Eppure, così stretti, tagliati, plastificati, queste meravigliose rose sembrano di polipropilene. Le rose di plastica del “Amore, ti amo”.
Sto per fare un discorso improbabile, ma non è patetico e non vuole essere di moralismo animalista. E’ una semplice osservazione. Vi siete mai avvicinati ad un camion per il trasporto degli animali ? Mi è successo qualche giorno fa. La prima cosa che ho visto è stato un maiale con gli occhi azzurri. C’erano molti suini, grandi e grossi, come siamo soliti immaginarli, tutti ammassati uno contro l’altro, stretti in uno spazio di tre metri per dieci. Grugnivano disperati con quel loro verso stridente e improvviso, un rantolo soffocato che aspirano verso l’interno. Molti giravano su se stessi e cercavano un’improbabile via di fuga. Qualcuno di loro aveva gli occhi scuri, qualcuno gli occhi verdi, quello che ho guardato in faccia io aveva gli occhi azzurri. Trasparenti e profondi, come quelli di una biondina o di un ragazzo norvegese. Si è arrotolato spingendo gli altri, ha cercato scampo a destra e a sinistra, poi è rimasto lì a fissarmi attraverso le sbarre. Mi vedeva, certo, e soprattutto stava pensando a qualcosa.
Ora, chi mai ha visto da vicino i maiali, cioè dal vero, sa che sono decisamente brutti, sporchi e anche abbastanza ridicoli, con quelle gambe corte, sottili, montate su di un corpo enorme, nemmeno rotondo ma rigonfiato e ovale, con la testa poderosa e il collo indistinto, ma, soprattutto, con quel loro muso schiacciato e i due fori del naso che hanno decretato la fama grafica e l’iconografia di questo bizzarro animale. I suini (altro, chissà perchè, orribile sinonimo), poi, sono ricoperti di peli, sparsi qua e là sopra una pelle innaturalmente rosa, e sono per lo più ricoperti di mosche. Per ultimo, puzzano da morire. Tutto vero, ovvio, risaputo.
Ma forse, proprio in virtù di questa loro goffa fisionomia, della loro ridicola conformazione, in definitiva, per via della loro bruttezza colorata a pastello rosa, sono diventati “simpatici” protagonisti di molte storie, dalle favole alla letteratura, dal cinema alla televisione. In pratica il maiale è forse così ripugnante, dal vivo, che abbiano sentito il bisogno, in qualche modo, di risarcirlo, esorcizzandone la detestabilità e riesumando invece la sua versione gradevole, divertente. I maiali, solo per fare un esempio, piacciono molto ai bambini.
Eppure non pensiamo, facendone dei personaggi, che diventano i nostri prosciutti, gli insaccati e molto altro per le nostre gozzoviglie. Fin qui tutto normale, cioè, mica tanto, eppure quanto basta per l’ovvia e ormai connaturata, fisiologica, ipocrisia dell’umana società moderna.
Qualcuno potrà sorridere ma vi invito a farlo, quando mai capiterà: guardate in faccia un maiale (ma può funzionare anche con una mucca o con un tacchino), guardatelo negli occhi, fermatevi a scrutare quello che ha in mente, come di solito si fa con gli altri esseri della nostra specie. Soprattutto cercate di vedere di che colore ha gli occhi. Capirete che cosa voglio dire. Guardatelo negli occhi e vi accorgerete che sta pensando a qualcosa. Credo che serva molto di più di un qualsiasi discorso animalista. Per quanto mi riguarda c’è una cosa che ha continuato a frullarmi per la testa, se quel maiale con gli occhi azzurri fosse un “uomo” o una “donna”.
Bambini. Tracce di genio.
Pubblicato Luglio 19, 2008 Seriosità Lascia un commentoTags: bambini, creatività, genio
Spesso i bambini mostrano qualcosa del genio, sono capaci d’invenzioni astute e curiose, assolutamente originali. Viene da pensare che crescere, al contrario di quanto immaginiamo, sia più semplicemente un processo regressivo, quasi la corruzione di una facoltà virginale e originaria. Perché, forse, imparando a vivere, la nostra fantasia si contrae nella serietà, nelle abitudini e nei clichè. I bambini non hanno stereotipi di partenza, non hanno forme mentali che guidano il meccanismo d’interpretazione delle cose. Nascendo sappiamo già molto, sotto forma d’istinto e d’inconscio, poi diventiamo grandi, diventiamo seri e avviene qualcosa di molto simile all’inibizione. Una specie di morte fantastica a cui assistiamo qualche volta nel pudore degli adulti di tornare ad essere per un momento bambini. Si dice: cose da bambini, lo fanno i bambini, sei proprio un bambino. L’adulto non può permettersi l’ingenuità, pena la derisione. L’adulto, quindi, è altrove, nella sfera della maturità, della piena coscienza del sé, nel mondo dei grandi che vedono e pensano alla loro maniera. Con le metafore dei grandi, la visione dei grandi, la fantasia dei grandi. Ma che fantasia poi ? I bambini, nel loro piccolo, sono delle genialità pure, neutre, non ancora inquinate dal tempo, dalla cultura e dall’educazione.
E’ soltanto un’ipotesi, ovviamente. Non ho alcuna intenzione di sostenere che gli adulti crescendo finiscano un pò rincoglioniti.
Ieri notte la città stava per essere spazzata da un temporale. Improvvisi lampi si accendevano in cielo, come fasci di luce tra i palazzi. Un bambino passava di qui, tenuto per mano dal padre. Dopo un paio di enormi flash ha chiesto: “E’ Gesù che fa le fotografie ?”





