Un bacio da classici

Sto camminando lungo una corsia. Ad un certo punto vedo due ragazzi che si stanno baciando davanti allo scaffale dei classici. In realtà sono riparati, dietro un angolo, e non li vede nessuno, tranne me ovviamente. La cosa sarebbe anche originale: baciarsi in mezzo a Dumas, Verga, D’Annunzio, tra le varie edizioni di Wilde, Keats e Byron. Potrebbe essere un’idea, mi dico. Sta di fatto che i due pollastri non ne hanno la faccia. Che cosa significa? Che non sanno nemmeno che cosa sia “un classico” e soprattutto non sanno nemmeno che cosa sia un bacio. In realtà si stanno mangiando la lingua. Ho un moto di repulsione, quel piccolo infantile disgusto di quando si vedono le interiora in un brutto film splatter in televisione. La mia testa scatta all’indietro. Guardo meglio, è proprio vero, si sbaciucchiano come due cretini. Si arrotolano la lingua e muovono la testa come due bilancine. Non sono capaci, sono brutti, cigolanti e artificiali. Lei sembra appesa ad un chiodo perchè anche con i tacchi è troppo bassa, lui vorrebbe stringerla ma in realtà non sa che cosa fare. L’eterno dilemma del cretino che vorrebbe osare e mostrarsi uomo ma non sa quanto sia lecito osare di mostrarsi uomo, e così opta per un cauto atteggiamento medio assortito, in cui entrambe le polarità possono apparentemente simulare l’equilibrio. La bacia ma non la bacia. La stringe ma non l’avvolge. Muove la testa perchè così ha visto che può funzionare. Forse, anche, si vergogna, concedo, forse capisce che non è il posto giusto. Eppure qualcosa mi dice che ci credono, che vogliono che qualcuno li veda. Poveri, teneri, finti innamorati. Assomigliano a due piccioni che stanno su due diversi fili, che si sporgono in avanti ma sono sul punto di cadere. Insomma, ‘na piccola schifezza compositiva, una figura mal bilanciata. Senza passione, senza vita. Se lo fai, fallo bene. Certe immagini non possono essere mortificate. Il clichè degli innamorati o lo rispetti o ti togli dalle palle e vai a baciarti davanti a un bancomat, sotto un McDonald, dietro un cassonetto della spazzatura. Perché se lo vuoi fare in pubblico, in una libreria, davanti alle tombe d’inchiostro di gente come D’annunzio, Prevert o Casanova, devi non solo padroneggiare il gesto, il tocco e lo stile, ma devi anche sentire fin dentro le viscere il fascino, la portata travolgente della sensualità. Devi vivere, e viverlo, mentre questi qui sono morti in partenza. Questi qui non sanno nemmeno che sapore abbia la loro saliva. E con ogni probabilità lei puzza di patatine e rossetto, lui di sigaretta e spritz. Sono innamoratucci mezze seghe, usurpatori di scene altrimenti perfette, mi dico. Sono due Paolo e Francesca da centro commerciale, due Romeo e Giulietta televisionari, che ronzano come vespe in un alveare di falsi spot e tubi catodici sub-coscienti e magazine mensili con modelli e sguardi inoculati ad hoc. Figli annacquati della liquidità (Bauman), bacio senza sapore.

 

Poi ricado nella realtà, precipito a capofitto da duemila metri: sono già vecchio, mi dico, sono anacronistico e obsoleto, un macchinario luccicante dentro un capannone arruginito. Ho trentanove anni è sono una mummia della contemporaneità. Perché penso al bacio di Doisneau a Parigi e a quello di Eisenstaedt a Times Square e capisco che decine di migliaia di poster hanno fecondato migliaia di spot, che poi hanno frullato migliaia di clichè in altrettante migliaia di macchiette stereotipe alla seconda o alla terza o all’ennesima potenza, giù giù fino a noi. Rivedo quei baci pieni di gioia e sinceri, e ho l’impressione che la nostra realtà, oggi, sia come un minuscolo formicolare di batteri sopra il vetrino di un microscopio. Dio, potete scommetterci, non prende nemmeno la briga di ficcarci gli occhi. Non ci prende sul serio.

Così, mentre immagino Dio con il camice bianco che scuote la testa davanti ai suoi virus, penso che vorrei dir qualcosa ai due innamorati. Ci penso ma non mi viene in mente nulla. Poi scopro che non serve: infatti è sufficiente che mi fermi lì, davanti a loro, con le mani lungo i fianchi, inespressivo e muto, come una statua di persona normale, perché la grandezza del loro bacio si sgretoli immediatamente e vada in frantumi, una mezza fuga di zampette storte che scondinzolano via mano nella mano. Faccio appena in tempo a stimare la loro età. Credevo fossero due ragazzini e invece sono “grandi”, esemplari in età riproduttiva. Persone serie, rispettabili, alto reddito, futuro garantito. Non ho il camice e sono anch’io sopra il vetrino, ma mentre sistemo una pila di libri su “I linguaggi segreti del corpo”, vedo lampeggiarmi in testa una frase: sono proprio così ritardati certi esseri umani di questo mondo, di questa epoca, di questa Italia qui?

 

 

 

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