Ho notato che i passeggini si stanno lentamente ingigantendo. Forse è l’esigenza di avere più spazio per le cose, forse è l’importanza attribuita al bambino competente, forse è soltanto una moda in package. Oppure c’entra questa sindrome del Suv per cui tutti, uomini e donne, non s’accontentano più delle misure tradizionali ma cercano costantemente di aumentare la stazza (e la prestanza) degli oggetti reputati fondamentali (Freud).
Così, di questo passo, a produrre le macchine per la movimentazione degli infanti non sarà più la chicco ma la caterpillar. Passeggini sempre più grandi significano spazi sempre più stretti, e irruenza famigliare sempre più incalzante.
Scena, esempio, episodio. Le mamme s’infilano dappertutto e, proprio come se manovrassero una jeep, pretendono di passare ovunque per prime. In libreria abbiamo delle corsie strette, ci sono pile a destra e a sinistra, clienti che vanno e che vengono, che si soffermano e tergiversano davanti agli scaffali. La mamma-rider, come una motociclista di sidecar verticale, s’intrufola, spinge e schiamazza finchè non le si fa strada. Essendo una neo-mamma è fermamente convinta che tutto il mondo venga dopo di lei, che tutto il resto abbia un importanza inferiore. Come durante il naufragio di un qualsiasi titanic (e non ci siamo lontani). Va bene dunque la riproduzione della specie, va bene il rispetto per la donna madre, va bene l’amore per l’infanzia ma qui, in questa fattispecie, c’è soltanto una candida idiozia al lavoro.
Oggi la neo-mamma era diretta allo scaffale dei libri di puericultura. Immobile in mezzo alla corsia, abbarbicata al suo Suv-passeggino, impugnava le maniglie come il Barone Rosso una mitragliatrice. Aveva già rovesciato due pile di libri, poi raccolti da un signore gentile; aveva già urtato un ragazzo e spinto via una donna di mezza età, ormai inequivocabilmente nonna; aveva già gridato permesso e per favore con voce arrogante e facendosi largo a suon di colpi di paratia rigida del suo carrozzone, costringendo così ad incespicare, qua e là, i tranquilli compratori di libri che galleggiavano assenti nelle piccole trance delle quarte di copertina.
Poi ha trovato davanti me, in ginocchio, che stavo semplicemente lavorando e non mi spostavo. Una ostruzione. Mi avrebbe ucciso. Dico la verità, non ho capito che le stavo impendendo il passaggio. Così mi ha guardato piena d’odio, come se avessi attentato alla sua dignità di madre, al suo diritto di prelazione su qualunque cosa. Togliti, dicevano i suoi occhi. Non vedi che devo passare? Non vedi che io ho un futuro, una meta, un obiettivo? Non vedi che porto il frutto dell’avanzata?
Il bambino mi scrutava come se fossi un orco o un pediatra. Era sul punto di piangere una di quelle crisi isteriche, minime e artificiali. Per fortuna mi è bastato mezzo secondo, sono scattato in piedi e mi son fatto di lato. Dio salvi la regina. Le ho lasciato libero il corridoio. Vai, vai, che Dio ti benedica. La neo-mamma è corsa via e ha parcheggiato il suo mezzo davanti ai libri di cucina, poi si è tuffata dentro lo scaffale delle bibbie di maternità consapevole e felice. Non so proprio che cosa cercasse. Forse un buon manuale per fare la pappa o per fare la nanna. Qualcosa che le insegnerà, con dovizia di particolari, come diventare una brava e buona mamma per il suo bambino. Una mamma perfetta per il bebè in Suv.






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